Dalla recessione alla crescita

L’intervento dell’on. Maino Marchi sulla Legge di Bilancio.

 

Quando ho fatto il mio primo intervento da deputato in quest’Aula, il 31 luglio 2006, l’Aula era semideserta, come oggi, in cui farò l’ultimo intervento. Ma si sa che è così nella discussione generale, sempre. E forse dovremmo farci qualche riflessione, in un’auspicabile riforma del Regolamento della Camera.

E mentre mi accingo a tornare più stabilmente nel reggiano, mi fa piacere ritrovare in questa legge di bilancio il più alto simbolo della resistenza reggiana: i fratelli Cervi. Sono destinate stabilmente risorse all’Istituto e Museo Cervi, così come alla Fondazione dell’ex campo di Fossoli, al Comitato di Marzabotto, al parco di Sant’Anna di Stazzema e al museo della Risiera di San Sabba. È una delle tante iniziative positive che ritroviamo in questa legge di bilancio, l’ultima della legislatura.

Allora, bisogna cominciare da un bilancio della legislatura. Tutte le volte che ha governato il centrodestra, ha lasciato il Paese in condizioni peggiori di come lo ha trovato: 1994-1996, per fortuna, dopo i primi disastri di Berlusconi, c’è stato il Governo Dini; 2001-2006, da una crescita al 3 per cento troppo bassa, secondo Tremonti, grazie a lui, siamo andati a zero; 2008-2013, alla fine del 2011 l’Italia ha rischiato il fallimento, dopo che tra 2006-2008 si era aperta una fase di crescita.

Sì, c’è stata la crisi più grave dal 1929, ma anche una gestione della crisi nella logica dell’ ha da passà ‘a nuttata, non accorgendosi che non era una parentesi, ma un profondo cambiamento dell’economia mondiale. In quegli anni la recessione è stata la più pesante d’Europa in Italia, dopo la Grecia.

Questo il bilancio dei Governi di centrodestra. Per quale fenomeno miracolistico dovrebbero essere, dopo il fallimento del passato, la soluzione del futuro?

E il bilancio di questa legislatura: dalla recessione alla crescita, previsioni sempre azzeccate e sempre in meglio il risultato finale, nel 2017 in particolare, dove raccogliamo maggiormente il frutto delle politiche di riforma di questi anni. Ci avviciniamo al 2 per cento, superato in questi primi diciassette anni di questo secolo e millennio solo nel 2006, con il secondo Governo Prodi, non per caso.

Siamo fanalino di coda in Europa? Sì, ma dagli anni Novanta. Bisogna guardare ai processi, alle dinamiche. Le dinamiche sono queste, si riduce ogni trimestre la differenza tra il livello di crescita italiana e quello della media europea. Insomma, il ritmo di crescita è in costante rafforzamento, nell’export, nella domanda interna, negli investimenti delle imprese, nella produzione, nei consumi e nell’occupazione, lontani ancora da raggiungere condizioni soddisfacenti, ma quasi un milione di posti in più non sono un risultato da poco.

Come sostenere l’occupazione, soprattutto quella stabile, è ancora oggetto di discussione, ma alcune certezze ci sono, secondo me. La prima è che il lavoro lo creano le imprese e le imprese vanno aiutate. Secondo, meglio incentivi strutturali che contingenti, è quello che facciamo con questa legge di bilancio, ma anche quello che abbiamo fatto con quella per il 2015, in riferimento al taglio dell’IRAP. Terzo, gli incentivi messi nel 2015 hanno funzionato e hanno avuto un effetto positivo, pur dovendo essere trasformati in strutturali.

Tutto ciò è avvenuto grazie anche alle politiche economiche del Governo, quelle per il lavoro, per la scuola, le politiche sociali, comprese le pensioni, dove siamo intervenuti notevolmente nella scorsa legge di bilancio e anche in questa, la giustizia, per “Industria 4.0”, con le misure fiscali che hanno ridotto le tasse a chi le paga recuperando fasce ampie di evasione fiscale e riducendo la pressione fiscale. Sul versante della finanza pubblica, siamo stati dentro il sentiero stretto indicato dal Ministro Padoan: l’equilibrio stretto tra misure per sostenere la crescita e il miglioramento delle condizioni della finanza pubblica.

In questa Aula, pochi mesi fa, tutti i gruppi parlamentari si sono espressi contro l’austerity europea, contro il fiscal compact nei trattati; qualcuno, come i 5 Stelle, vorrebbe andare anche oltre il 3 per cento nel rapporto deficit-PIL, guai al giorno in cui ciò avvenisse: i mercati ci darebbero subito non il cartellino giallo, che in questa legge di stabilità abbiamo dato con l’accordo di tutti al sindaco di Napoli, ma direttamente il cartellino rosso. Avremmo un aumento degli interessi sul debito pubblico con effetti devastanti per il bilancio dello Stato e per le parti più deboli della società, quelle che hanno più bisogno dello Stato.

Ebbene, di fronte a questo quadro è paradossale che Forza Italia e altri dicano che eliminiamo gli aumenti IVA e accise già previsti con un aumento del debito pubblico: no, in questi anni abbiamo sempre deciso e ottenuto di ridurre il deficit più gradualmente rispetto alle previsioni, ma l’abbiamo sempre ridotto, non aumentato. E anche nel 2018 sarà così, in base alla legge di bilancio che stiamo per approvare. Chiuderemo il 2017 al 2,1 per cento e nel 2018 andremo all’1,6 per cento, e secondo me sotto questo livello non si può andare. È quasi pareggio di bilancio, ma al pareggio non credo che arriveremo. Non so se potremo tornare vicino al 3, ma molto sotto all’1,5 per cento non credo sia praticabile. Già con il livello di deficit del 2017, il debito pubblico si è stabilizzato in rapporto al PIL e comincerà a scendere. L’elemento determinante è la crescita: se è alta il debito cala, se è bassa il debito sale.

È una legge in cui finanziamo il rinnovo dei contratti pubblici, farlo calando il deficit si avvicina al miracolo. È una legge in cui ridiamo fiato agli enti territoriali, comuni, province e regioni, per il 2018 e per gli anni successivi. Poi, il tema dell’autonomia tributaria e fiscale degli enti territoriali è tutto sul tavolo della prossima legislatura, però stiamo avviando il regionalismo differenziato, con l’avvio degli accordi tra Governo, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto.

Regioni in più salute permetteranno anche di affrontare meglio l’aumento minore delle necessità del Fondo sanitario nazionale. Riconosco che è un aumento minore delle necessità ed è per me una profondissima preoccupazione, nego anche sotto tortura che sia un taglio o un definanziamento, perché ci sono risorse in più.

Con questa legge di stabilità, il Governo ha scelto, in particolare, oltre al disinnesco delle clausole di salvaguardia, di intervenire sul lavoro in particolare per i giovani e per l’aumento delle risorse per la lotta alla povertà. Sono scelte di cui c’è ancora il segno forte nella legge di bilancio, che non si perde, questo segno, con l’aumento ponderoso degli interventi inseriti con il lavoro parlamentare, come ha ricordato il presidente Boccia, molti con voti unanimi, molti anche proposti dalle opposizioni, più di trenta ad esempio gli emendamenti dei 5 Stelle approvati. Lo dico soprattutto, che rimane questo segno forte nella legge di stabilità, a quelli che si pongono alla sinistra del PD: si pongono loro, io credo che la sinistra più di sinistra sia quella di Governo, non quella che fa di tutto per fare andare al Governo la destra già pregustando le future manifestazioni contro.

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